| Giallo di Via Poma: Cade il primo alibi di Busco. A smentirlo è l'amico | ||
| 15/05/2010 08:52:18 | ||
L’amica del cuore di Simonetta: «Il rapporto tra Simonetta e Raniero non era burrascoso» Il 12 maggio presso la III Corte d’Assise dell’aula bunker di Rebibbia si è tenuta la nona udienza che vede imputato Raniero Busco per l’omicidio dell’ex fidanzata Simonetta Cesaroni, avvenuto il 7 agosto del 1990 presso gli uffici di Via Carlo Poma, 2.
A testimoniare ora è l’amico di Busco: "Quel giorno accompagnai la mia famiglia dalla sorella di mio padre che era suora e stava per morire. Partimmo la mattina per andare al Convento di Vallecorsa, da dove ripartimmo verso le 17:30. Arrivammo a Roma verso le 19, e non ricordo se in serata andai al bar dove c'incontravamo con la comitiva". Sembra quindi smontarsi l’alibi dell’imputato che dichiarò di trovarsi proprio in compagnia dell’amico Simone, il giorno in cui fu uccisa Simonetta. Qualche anno dopo, Busco disse che il giorno dell'omicidio era nel garage di casa sua; ma su questa 'versione' si dovrà attendere la testimonianza in aula di chi sarebbe in grado, secondo la difesa, di confermarlo. Chiamati a deporre anche gli altri amici comuni della coppia i quali hanno affermato che «lei era molto innamorata, viveva la storia più intensamente, lui meno", ma "Raniero non era violento; era un ragazzo normale, come tanti", e l’amica del cuore di Simonetta, Donatella, alla quale la vittima scriveva lunghe lettere per sfogarsi su quella relazione che non andava esattamente come desiderava lei, perché lei lo amava e avrebbe tanto voluto che anche l’"indifferenza di Raniero si trasformasse in amore per lei". "Venti anni fa – racconta Donatella - quella relazione con Raniero a lei sembrava una cosa grossa. Sono sicura che se oggi Simonetta fosse ancora qui e rileggesse quelle lettere, l' avrebbe vista in maniera diversa. Allora era una ragazza che soffriva per amore; ma di un amore che lei sentiva non corrisposto". Ma questa vicenda processuale ha il colore di un giallo nel giallo. Il 9 marzo 2010 si toglie la vita Pietrino Vanacore, portiere dello stabile di Via Poma; pochi giorni dopo avrebbe dovuto deporre in udienza. Nell’automobile abbandonata vicino al mare del tarantino, vengono trovati due biglietti: "20 anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio". Strano avvenimento ricollegato, secondo la difesa di Busco, al rimorso che Vanacore aveva sulla coscienza, e non perchè fosse l'autore dell'omicidio, ma perché sapeva e non se la sentiva di affrontare giudici e avvocati". Fu lui a trovare il cadavere di Simonetta, "fece due telefonate, non avvertì la polizia - ha detto il pm - tutto ciò spiega la riluttanza della moglie nel consegnare le chiavi alla polizia, l’agitazione di Volponi che era stato informato da Vanacore, spiega le menzogne di Caracciolo anche lui informato. Queste persone dovranno chiarire in aula". Dopo aver fatto le telefonate, infatti il portiere non allerta la polizia, prende le chiavi di riserva degli uffici e va via, dimenticando però la sua agendina rossa scambiata poi dagli investigatori per quella della ragazza. Dei tre protagonisti sopra menzionati, Vanacore non potrà mai chiarire nulla, l’avv. Caracciolo ha negato di aver ricevuto la telefonata dal portiere e Volponi, ex datore di lavoro di Simonetta, avrebbe dovuto deporre il 12 marzo 2010 ma ha presentato un certificato medico per giustificare la sua assenza; viene riconvocato per il 7 aprile 2010 ma l’esito è lo stesso a causa delle sue condizioni di salute. L'ex datore di lavoro della Cesaroni potrebbe comunque avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto già indagato nel procedimento connesso. La posizione di Salvatore Volponi viene precedentemente messa in discussione da Paola Cesaroni, sorella di Simonetta che nell’udienza del 16 febbraio 2010 ha dichiarat "Ho avuto la sensazione che Volponi ci abbia fatto perdere del tempo, mentre stavamo cercando mia sorella, nel tentativo di trovare il numero e l'indirizzo dell'ufficio dove lei lavorava. Mi è sembrato francamente poco efficiente". L'altro strano atteggiamento secondo Paola Cesaroni è stato quello della portiera dello stabile, la mogli di Vanacore: "Prima disse che non aveva le chiavi per aprire la porta dell'ufficio, poi le ha estratte dalla tasca e ho quasi dovuto insistere perchè aprisse". Una vicenda piena di nodi da sciogliere, soprattutto una vicenda che risale a venti anni fa e che coinvolge un uomo di quarant' anni, con un lavoro, una moglie e dei figli; un uomo che all’epoca dei fatti era un ragazzo e che forse aveva la sola colpa di essere un ventenne non innamorato della ragazza che in quel momento frequentava. Non è una sentenza assolutoria ma se in Italia vige il principio di " presunzione di non colpevolezza" si auspica che venga sempre rispettato e applicato. Francesca Iacovone | ||
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